Pensavo fosse un cantiere, invece era arte
quando l’arte trasforma gli spazi

Ci sono luoghi in cui l’arte è attesa, desiderata, quasi scontata. Musei, gallerie, teatri: spazi progettati per accogliere la bellezza, custodirla, offrirla a chi la cerca. Poi ci sono luoghi dove l’arte sembra non appartenere, dove il suo ingresso è insolito, forse persino sovversivo. Luoghi grezzi, in costruzione, transitori, in cui il tempo pare sospeso e le superfici ruvide non promettono nulla di estetico. Come i cantieri.
Eppure, è proprio qui che l’arte può sorprendere e ribaltare le percezioni. Un muro perimetrale, una cesata di lamiera o di cemento possono diventare una tela, un’opportunità di racconto, un ponte tra ciò che è stato e ciò che sarà. I cantieri sono soglie tra un passato che scompare e un futuro che prende forma: quale spazio migliore per trasformare una barriera in narrazione, in luogo di dialogo tra città e cittadini?
In un Paese come l’Italia, dove la stratificazione artistica è ovunque visibile – dal classicismo rinascimentale all’arte contemporanea – c’è ancora una distanza tra l’arte e il suo ruolo negli spazi pubblici. Troppo spesso, la fruizione artistica resta confinata a circuiti istituzionali, mentre la città, nella sua evoluzione quotidiana, ne resta spettatrice passiva. Eppure, un cantiere racconta il mutamento più di ogni altra cosa: è un simbolo di passaggio, di trasformazione, di possibilità. Invece di essere un’interruzione del tessuto urbano, può diventare un’esperienza, un’installazione a cielo aperto, un momento di coinvolgimento attivo.
È quello che è successo a Milano, nei quartieri Bovisa e Lambrate, grazie a un progetto visionario che ha visto protagonisti Hines e Taldeg, insieme a un gruppo di artisti capaci di trasformare le cesate dei cantieri in una sequenza di opere d’arte
Le cesate come tele urbane: il progetto artistico di Hines e Taldeg

Un cantiere segna sempre un passaggio: è il confine tra il prima e il dopo, tra ciò che esisteva e ciò che verrà costruito. Ma mentre il tempo del cambiamento scorre, quello spazio recintato resta spesso muto, estraneo alla città che lo circonda. Hines, società internazionale di sviluppo immobiliare, ha scelto di ribaltare questa percezione. Nei quartieri milanesi di Bovisa e Lambrate, ha trasformato le cesate perimetrali dei suoi cantieri in strumenti di dialogo urbano, in superfici narrative capaci di raccontare, coinvolgere e lasciare un segno nella memoria collettiva.
L’idea nasce da una doppia necessità. Da un lato, valorizzare esteticamente le barriere dei cantieri, rendendole parte integrante del tessuto cittadino invece che interruzioni anonime. Dall’altro, creare un legame con la comunità locale, restituendo ai quartieri un racconto visivo che ne esprimesse l’identità, la storia e le prospettive future.
Per dare forma a questa visione, Hines ha coinvolto Taldeg, realtà specializzata nella connessione tra arte e spazi urbani, che ha curato il progetto e selezionato gli artisti coinvolti. Il risultato è un’operazione che va oltre la semplice decorazione murale: ogni cesata è diventata una tela su cui scrivere un frammento della città, una finestra aperta sulla trasformazione in atto.
Bovisa: un racconto tra passato, presente e futuro

Bovisa è un quartiere che ha vissuto molte vite. Un tempo campagna e allevamenti, poi cuore pulsante della rivoluzione industriale milanese, oggi un’area in piena trasformazione, tra studentati, centri di ricerca e nuovi spazi urbani. Un’identità stratificata, fatta di cambiamenti profondi, che il progetto artistico di Taldeg ha voluto raccontare attraverso una narrazione visiva lungo le cesate del cantiere Hines.
Cinque artisti, cinque visioni, un’unica storia che si snoda tra passato, presente e futuro.
Il viaggio inizia con Urto, che ha dato forma all’anima rurale della vecchia Bovisa. Campi, case stilizzate e atmosfere sospese riportano lo spettatore a un’epoca in cui il quartiere era ancora una distesa agricola. Ma il tempo scorre, e la transizione è affidata a Rosmunda, che con il simbolo del baco da seta racconta la metamorfosi della zona: da borgo rurale a distretto industriale, un luogo in fermento, dove il cambiamento si insinua e trasforma ogni cosa.
L’energia del boom industriale esplode con Hazkj, che raffigura l’operosità della comunità attraverso una mano che pianta un seme, gesto carico di simbolismo: la memoria del lavoro si fonde con l’idea di un nuovo inizio, aprendo la strada al presente. Nian prende il testimone e porta lo spettatore nel tempo attuale, dove crescita e innovazione si mescolano in un dinamismo geometrico fatto di simboli astratti e forme che si espandono.
A chiudere il racconto è Bislak, che lascia intravedere il futuro: un giovane osserva il domani attraverso una toppa, come se stesse spiando un mondo in divenire. Un’immagine potente che non offre risposte definitive, ma lascia lo spazio per l’immaginazione, per una visione aperta e in continua evoluzione.
Lambrate: un’opera collettiva che guarda al futuro

Se a Bovisa il passato e il presente si intrecciano in un racconto di identità e mutamenti, a Lambrate la prospettiva si sposta su una dimensione collettiva, una visione del domani in cui la città, la natura e la tecnologia coesistono in equilibrio.
Qui il cantiere Hines si sviluppa tra via dei Canzi e via Tanzi, un perimetro di oltre 400 metri di cesate in lamiera trasformate in una tela corale. La progettualità è ampia, suddivisa in moduli, e ogni segmento del muro affronta un tema preciso, grazie alla collaborazione di più artisti.
Ad aprire il percorso sono Rosmunda e Nian, che con un intervento a quattro mani raccontano l’intreccio tra uomo e natura. La contaminazione tra esseri viventi e spazio pubblico diventa un elemento centrale, un invito a ripensare il rapporto tra il costruito e l’ambiente, tra crescita urbana e biodiversità.
Nel segmento successivo, Hazkj esplora la visione del quartiere nel futuro. Non un’utopia astratta, ma un’idea concreta di convivenza progressista e di comunità, in cui gli elementi architettonici si fondono con il concetto di inclusività e partecipazione. A raccogliere il testimone è DanzaiVeleno, che porta la riflessione verso un piano più ampio, affrontando i temi dell’innovazione e dell’accessibilità tecnologica. Il futuro, qui, è visto come una costruzione collettiva, dove le nuove tecnologie non isolano, ma connettono e rendono la città più aperta e accogliente.
Oltre la barriera: il valore dell’arte negli spazi in trasformazione
Un cantiere è spesso percepito come un’interruzione. Uno spazio chiuso, un luogo di passaggio transitorio che separa il presente da un futuro ancora indefinito. Ma quando l’arte entra in gioco, il confine sfuma e la barriera diventa un luogo di connessione.
I progetti di Bovisa e Lambrate dimostrano come le cesate non siano semplicemente elementi funzionali, ma possano trasformarsi in strumenti di racconto, di memoria e di visione. Un’opera su un muro di cemento o su una lamiera non è solo un’immagine: è un segnale, un modo per dire “questo spazio esiste, ha una storia e un futuro”. In un’epoca in cui le città cambiano velocemente e i quartieri vengono ridefiniti da nuove costruzioni e piani urbanistici, diventa essenziale creare spazi di partecipazione e narrazione. Le cesate dipinte diventano così archivi visivi del cambiamento, luoghi in cui la storia si stratifica, l’identità si rinnova e la comunità si riconosce.
Ma c’è un valore ancora più profondo: l’arte negli spazi pubblici non è solo un dono estetico, è un atto di democrazia culturale. È un modo per restituire ai cittadini il diritto di interagire con il proprio territorio, di vedere la propria storia rappresentata, di immaginare il proprio futuro. I cantieri di oggi sono le città di domani. E se le cesate possono diventare tele, allora forse, un giorno, potremo dire che non sono state solo barriere, ma finestre aperte sulla città che vogliamo costruire.