Fare arte inquina? Riflessioni sull’impatto climatico dell’arte

L’arte è bellezza, visione, ispirazione. È lo strumento con cui l’essere umano racconta il mondo, lo plasma, lo interroga. Ma può anche essere un peso per il pianeta? Nell’immaginario collettivo, l’arte sembra esistere in una dimensione a sé, lontana dai problemi concreti della quotidianità. Eppure, ogni opera ha una storia fatta di materiali, processi produttivi, spostamenti, eventi, strutture che la ospitano. Come ogni settore, anche quello artistico lascia un’impronta sull’ambiente.
Dipinti, installazioni, sculture, performance, mostre. Cosa significa, dal punto di vista ecologico, produrre e fruire l’arte? Quanto pesa sul bilancio climatico un grande festival? Quanta energia assorbe un museo? Quanto inquinano le vernici che danno vita a un murale? Sono domande che fino a poco tempo fa sembravano secondarie, ma che oggi diventano essenziali.
Il mondo della cultura sta iniziando a farsi carico di questa riflessione, cercando soluzioni per ridurre l’impatto ambientale senza rinunciare alla propria natura espressiva. Artisti, istituzioni e organizzazioni stanno ripensando materiali, logistica e strategie espositive. Ma la strada è ancora lunga, e la consapevolezza di quanto l’arte possa contribuire all’inquinamento è un punto di partenza necessario.
L’impronta ecologica del mondo dell’arte

Ogni opera, prima di essere osservata, vissuta, amata, ha attraversato un processo. La sua esistenza non è immateriale, e il suo impatto sul pianeta può essere più profondo di quanto si immagini. La creazione artistica, in molte sue forme, richiede l’uso di materiali che spesso provengono da processi produttivi poco sostenibili. Vernici, solventi, resine, pigmenti industriali, tele, legni esotici, metalli: ogni elemento ha una sua filiera, e non sempre è compatibile con l’urgenza ecologica del nostro tempo.
Ma l’impatto dell’arte non si ferma al solo gesto creativo. Anche i luoghi che la ospitano — musei, gallerie, teatri, fiere, festival — sono macchine complesse, alimentate da energia per illuminare, climatizzare, conservare. Strutture che, se non gestite con attenzione, possono contribuire significativamente alle emissioni di CO₂. A tutto questo si somma la logistica: opere trasportate in giro per il mondo, allestimenti temporanei costruiti e smontati, migliaia di spettatori che viaggiano per assistere a un evento.
Molti spazi culturali stanno iniziando a interrogarsi sull’impronta che lasciano. Ad esempio, la Greenpoint Library di Brooklyn ha trasformato la propria sede in un edificio a impatto quasi zero, grazie a pannelli solari e un sistema educativo di monitoraggio in tempo reale dei consumi. In Finlandia, il museo forestale Lusto ha ridotto il proprio impatto ambientale digitalizzando gli archivi e riducendo al minimo lo spazio fisico necessario alla conservazione.
L’arte non è innocente, e non lo è mai stata. Ma può essere consapevole. E oggi, più che mai, ha la possibilità – e la responsabilità – di interrogarsi anche su questo: quanto pesa sul mondo che racconta
L’arte come veicolo di sensibilizzazione ambientale
L’arte non è solo forma, estetica, ricerca. È anche denuncia, presa di posizione, specchio della società. Se oggi l’emergenza climatica è una delle questioni più pressanti del nostro tempo, non sorprende che molti artisti abbiano deciso di trasformarla nel cuore delle proprie opere. Il cambiamento climatico, l’inquinamento, la scomparsa della biodiversità diventano soggetti, simboli, messaggi potenti che si imprimono su tele, installazioni, performance.
Un esempio emblematico arriva da Bees: A Story Of Survival, un progetto del National Museums Liverpool realizzato con l’artista Wolfgang Buttress. Attraverso suoni, immagini e sculture immersive, l’opera racconta la vita delle api, evidenziando il rischio legato alla loro progressiva scomparsa e all’impatto che questo ha sull’intero ecosistema. È un’arte che non si limita a mostrare, ma immerge lo spettatore in un’esperienza sensoriale, facendogli sentire il battito stesso del mondo naturale.
L’arte può diventare anche una soluzione concreta. Geo-Llum, il progetto di Samira Benini Allaouat, fonde creatività e innovazione per proporre un’illuminazione pubblica sostenibile. L’opera non è solo un oggetto da osservare, ma una struttura viva che sfrutta l’energia del suolo per generare luce. L’installazione diventa così un simbolo di ciò che è possibile: un’arte che non consuma, ma che restituisce. Questi esempi dimostrano che il ruolo dell’artista può andare oltre la rappresentazione. Può tradursi in un’azione diretta, un modo per far riflettere senza bisogno di parole, per trasformare lo spazio pubblico in un luogo di consapevolezza. Il messaggio non è solo negli occhi di chi guarda, ma nell’impatto che lascia nel tempo.
Pratiche sostenibili nel settore artistico

Non è solo il contenuto delle opere a interrogarsi sull’ambiente, ma anche il modo in cui vengono prodotte e fruite. Sempre più artisti e istituzioni stanno cercando di ridurre il proprio impatto ecologico, ripensando materiali, logistica e modalità di allestimento.
Nel mondo della musica, la Warner ha introdotto il progetto EcoRecord, un vinile innovativo realizzato in PET riciclabile al posto del tradizionale PVC, uno dei materiali più inquinanti. L’etichetta ha anche prodotto un’edizione speciale dell’album Box of Dreams di Enya, realizzata interamente con vinili riciclati. Un gesto che sembra piccolo, ma che ha permesso di risparmiare oltre 4,4 tonnellate di plastica, l’equivalente di quasi centomila bottiglie. Anche le istituzioni culturali stanno facendo la loro parte. Il Rijksmuseum di Amsterdam è stato il primo museo al mondo a ottenere il massimo riconoscimento per la sostenibilità con il certificato BREEAM-NL In-Use Outstanding. L’Opera House di Sydney, tra i teatri più celebri del mondo, ha avviato un processo di transizione ecologica per ridurre drasticamente la propria impronta di carbonio, senza sacrificare la qualità degli spettacoli.
I festival e gli eventi artistici stanno seguendo la stessa strada. Il Sziget Festival di Budapest, uno dei più grandi d’Europa, ha deciso di rivoluzionare il proprio approccio alla sostenibilità: il 43% del cibo offerto è vegano o vegetariano, per ridurre le emissioni legate al consumo di carne, mentre le attrezzature da campeggio vengono riciclate o riutilizzate per evitare tonnellate di rifiuti a ogni edizione.
In Italia, il PNRR ha destinato 30 milioni di euro alla transizione ecologica nel settore culturale, con bandi specifici per rendere più sostenibili teatri, musei ed eventi. I Criteri Ambientali Minimi sono diventati obbligatori per gli eventi pubblici, mentre per quelli privati sono fortemente consigliati. La cultura sta iniziando a prendere sul serio la questione climatica, anche se la strada da percorrere è ancora lunga. Trovare un equilibrio tra arte e sostenibilità non è semplice. Le esigenze creative spesso si scontrano con la necessità di ridurre l’impatto ambientale. Ma questi esempi dimostrano che una nuova strada è possibile, che esistono modi per produrre e diffondere cultura senza pesare sul pianeta.
Il ruolo delle tecnologie digitali nella riduzione dell’impatto ambientale
Se l’arte è sempre stata il riflesso del suo tempo, la nostra epoca sta tracciando una nuova frontiera: quella della digitalizzazione. Un cambiamento che non è solo linguistico o espressivo, ma che ha un impatto concreto anche sul modo in cui le opere vengono create, fruite e diffuse. In un mondo in cui la sostenibilità è una priorità, la tecnologia offre soluzioni che possono ridurre significativamente l’impronta ecologica del settore artistico e culturale.
Le mostre virtuali ne sono un esempio. Se un tempo visitare una grande esposizione significava prendere un aereo, attraversare oceani, contribuire all’impatto ambientale con voli e spostamenti, oggi la realtà virtuale e le piattaforme immersive permettono di esplorare collezioni d’arte senza muoversi da casa. Il Museo Guggenheim di Bilbao e il Museo Van Gogh di Amsterdam hanno iniziato a sperimentare questo approccio, rendendo accessibili le loro opere in modalità digitali e riducendo la necessità di grandi afflussi turistici fisici. Non si tratta di sostituire l’esperienza reale, ma di ampliare l’accesso e ridurre il peso ambientale legato alla logistica. L’arte stessa sta cambiando forma. Le opere digitali, dai video immersivi alle creazioni in realtà aumentata, eliminano la necessità di materiali fisici. Senza tela, senza colori chimici, senza strutture da trasportare, l’impatto ambientale della produzione artistica può essere drasticamente ridotto. Certo, anche il mondo digitale ha le sue criticità: i server consumano energia, il mining delle criptovalute che alimentano il mercato degli NFT ha sollevato polemiche sulla sua sostenibilità. Ma il settore sta evolvendo, cercando soluzioni più efficienti e meno dispendiose in termini di emissioni.
L’innovazione, però, non si limita alla creazione delle opere. Oggi gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale aiutano musei e istituzioni culturali a ottimizzare la gestione energetica, monitorando i consumi e suggerendo strategie per ridurre sprechi e costi. Un cambiamento che sta trasformando il settore dall’interno, rendendolo più consapevole e più capace di adattarsi alle sfide ambientali del nostro tempo.