Ma che senso ha la street art, oggi? Lo abbiamo chiesto ad Hazkj

- La street art nasce come forma di espressione spontanea, spesso ribelle. Oggi, però, è sempre più integrata nei progetti istituzionali e urbani. Come vedi questa evoluzione? Ha snaturato lo spirito originale della street art o lo ha ampliato?
- C’è chi sostiene che la street art sia diventata “troppo mainstream”, perdendo la sua carica di rottura. Pensi che sia ancora un’arte di protesta, o ha assunto un altro ruolo?
- Qual è, secondo te, la differenza tra street art e arte pubblica?
- Quanto conta la narrazione in un’opera di street art? Un murale può essere “letto” come una storia?
- Il tuo lavoro dialoga molto con il contesto in cui viene inserito. Quanto è importante, per te, il rapporto tra l’opera e il luogo in cui viene realizzata?
- Negli ultimi anni la street art ha interagito con nuove tecnologie, dalla realtà aumentata ai NFT. Vedi un futuro in cui la tua arte possa evolvere anche in questa direzione?
- Quale consiglio daresti a un giovane artista che vuole avvicinarsi alla street art oggi? Ha ancora senso fare street art, oggi?
C’è stato un tempo in cui la street art era sinonimo di ribellione. Segni lasciati in segreto, graffiti sfuggenti, messaggi lanciati senza chiedere permesso. Un’arte di strada che parlava a chi sapeva ascoltare, un linguaggio istintivo e fuori dalle regole.
Oggi, però, la street art è cambiata: è esposta nei musei, richiesta dalle istituzioni, inserita in progetti di riqualificazione urbana. È ancora l’arte della contestazione o è diventata qualcosa di diverso? Lo abbiamo chiesto a Hazkj, artista visivo che ha fatto del rapporto tra immagine e contesto uno dei pilastri della sua ricerca. Con una formazione tra grafica e illustrazione, Hazkj indaga il rapporto tra identità, paesaggio e memoria collettiva, trasformando muri e superfici urbane in narrazioni visive stratificate.
Recentemente, ha partecipato al progetto di Taldeg sulle cesate di Bovisa e Lambrate, contribuendo a trasformare i cantieri in tele urbane capaci di raccontare il cambiamento. In questa intervista, parliamo con lui del significato della street art oggi, del suo futuro e del suo valore in un mondo in cui i confini tra espressione libera e arte istituzionalizzata si fanno sempre più sfumati.
La street art nasce come forma di espressione spontanea, spesso ribelle. Oggi, però, è sempre più integrata nei progetti istituzionali e urbani. Come vedi questa evoluzione? Ha snaturato lo spirito originale della street art o lo ha ampliato?

Hazkj: Sento la street art come una corrente artistica che è molto cambiata nel giro di poco tempo, adattandosi a contenuti e modalità moderne adatte all’ambiente urbano ed extraurbano. Un elemento rimane però fermo e imprescindibile: la strada, intesa come superficie che si affaccia su un luogo pubblico, attraversato e quindi condiviso, dove l’espressione artistica viene fruita dall’universalità degli spettatori passanti. Non credo che oggi la street art abbia perso il suo carattere di ribellione e di rottura sociale.
Ci sono infatti molti artisti che basano la propria ricerca su problematiche politiche e ambientali, in aperto contrasto con la legalità e le istituzioni. D’altro canto, però, è evidente che questa corrente si sia sviluppata nei suoi contenuti e nelle sue forme, dando la possibilità ad artisti che prima lavoravano su piccolo formato di poter sperimentare campiture e composizioni legate al proprio stile autoriale anche su superfici di grandi dimensioni. La diffusione della street art dai capannoni abbandonati alle pareti di grandi palazzi ha consentito una maggiore accessibilità e comprensione da parte delle persone verso questa forma d’arte. Penso che questa trasformazione sia andata verso l’interesse di tutti: da una parte viene data la possibilità agli artisti di esprimersi, raccontando con il colore storie o evidenziando tematiche; dall’altra, la città cambia aspetto, ponendosi in comunicazione col cittadino, che può fruire gratuitamente di un’opera d’arte a disposizione della collettività.
Qui Hazkj mette bene a fuoco una contraddizione solo apparente: la street art non è più solo linguaggio di protesta, ma questo non significa che abbia smesso di parlare alla città. Anzi. Il passaggio da linguaggio marginale a linguaggio condiviso ha permesso a molti artisti di ampliare la propria ricerca, lavorare su scala urbana, contaminarsi con altri linguaggi. La strada resta il luogo privilegiato, certo, ma oggi è anche uno spazio dove la narrazione si fa più accessibile, stratificata, potente. È lì che la street art continua a essere politica, anche quando non urla.
C’è chi sostiene che la street art sia diventata “troppo mainstream”, perdendo la sua carica di rottura. Pensi che sia ancora un’arte di protesta, o ha assunto un altro ruolo?
Hazkj: Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una progressiva comprensione e accoglienza, da parte dell’opinione pubblica, delle opere di street art. Questo ha fatto in modo che anche privati con piccole attività contattassero street artist per dipingere le pareti o le serrande del proprio negozio. Si è quindi creato un “trend decorativo” che ci ha portato a trovare opere di street artist in contesti poco “street”, come padiglioni fieristici, presentazioni di prodotti e student hotels. Non biasimo chi lavora in questo modo: anzi, rispetto chi riesce a declinare il proprio stile in modo coerente tra i vari contesti in cui è possibile realizzare murales, live painting e altre rappresentazioni. Probabilmente anche prima di Giotto gli artisti si dovevano barcamenare tra le più disparate richieste per poter campare del proprio mestiere.
Inoltre, non bisogna dimenticare che tutte le correnti artistiche sono iniziate con un carattere di protesta, di rottura dal sistema tradizionale, ma poi inevitabilmente si sono normalizzate col passare del tempo, finendo per divenire “mainstream”. La street art, in questo senso, assume oggi diversi ruoli, di cui il primo è senz’altro la comunicazione: una comunicazione inclusiva, rivolta a tutta la comunità, senza barriere o limiti di comprensione. Se nell’arte urbana che vediamo non riconosciamo più un messaggio di rottura sociale, forse è perché viviamo in un’epoca di normalizzazione della comunicazione stessa. Credo che questa fase di indebolimento dell’espressione collettiva porterà a nuove correnti caratterizzate da ribellione artistica e protesta, che poi a loro volta si andranno a normalizzare.
Ci viene da concludere, quindi, che il mainstream non è necessariamente una condanna. Come tutte le espressioni artistiche, anche la street art attraversa cicli: da linguaggio marginale a linguaggio istituzionalizzato, fino a nuove forme di rottura. Hazkj lo dice chiaramente: oggi la street art comunica su più livelli. Non è solo provocazione, ma anche narrazione, design urbano, dialogo con i contesti e con i committenti. Se sembra meno “arrabbiata” è forse perché siamo in una fase di digestione culturale – ma le prossime rivoluzioni visive, probabilmente, partiranno ancora una volta da un muro.
Qual è, secondo te, la differenza tra street art e arte pubblica?

Hazkj: L’arte pubblica può essere intesa come un macro-settore che include anche la street art. Nell’arte pubblica rientrano generalmente tutti quegli interventi messi a disposizione della collettività, come installazioni scultoree, opere audiovisive e interventi urbani più strutturati. Poiché si sviluppa su suolo pubblico, per me la street art può essere considerata a tutti gli effetti una forma di arte pubblica.
Quanto conta la narrazione in un’opera di street art? Un murale può essere “letto” come una storia?
Hazkj: Ogni forma d’arte ha come base della sua realizzazione il racconto di una storia, e più precisamente il racconto di come un artista vuole comunicare la propria dimensione, la propria realtà invisibile agli altri. Un murale ha tante chiavi di lettura narrativa: a me piace indagare il compromesso tra la mia tecnica, la mia capacità narrativa, i contenuti che voglio trasmettere e l’essenza della superficie che voglio dipingere, partendo dalle sue caratteristiche e dal contesto in cui si trova per dare risalto alle sue forme e, di conseguenza, al formato e alla composizione della mia opera. Questo pensiero racchiude in sé una stratigrafia di storie che forse non tutti riusciranno a leggere, ma che sono visibili a chi le vuole vedere.
Questa risposta colpisce perché riporta la street art al suo centro: una pratica narrativa. Hazkj ci ricorda che ogni muro è un palinsesto, un archivio visivo, un luogo dove si sedimentano strati di senso. La narrazione non è mai esplicita, ma emerge dal dialogo tra gesto e superficie, tra contenuto e contesto. È un modo di raccontare che non cerca la spiegazione, ma la relazione.
Il tuo lavoro dialoga molto con il contesto in cui viene inserito. Quanto è importante, per te, il rapporto tra l’opera e il luogo in cui viene realizzata?

Hazkj: Nella mia ricerca artistica, il rapporto opera-luogo diventa un connubio imprescindibile. Quando dipingo un murale ho bisogno di instaurare un collegamento con il luogo in cui sto lavorando. È un processo di studio e indagine territoriale che mi viene naturale e che mi porta, con curiosità, a cercare di mediare col mio linguaggio artistico quello che vivo e che sento a contatto con la comunità che poi fruirà, in futuro, della mia opera.
Ho imparato nel tempo a non imporre la mia idea progettuale a priori in ogni contesto, ma a lasciare che ogni luogo guidasse il mio metodo ricettivo, in modo da produrre qualcosa ad hoc, partorendo un’idea site-specific dopo aver raccolto gli input locali. Alla fine, mi rendo conto di aver realizzato la versione più autentica dell’opera che avevo in mente, perché sento di aver sintetizzato tutti gli elementi peculiari che caratterizzano la natura, le persone, le forme, i colori e la vita intorno a me.
La street art vive nei luoghi, ma non si limita a occuparli. Quando è autentica, li ascolta, li attraversa, li restituisce. Le parole di Hazkj raccontano esattamente questo: un approccio che non si impone, ma che si innesta. Ogni opera è il frutto di una relazione, non di una conquista. Nel suo metodo riconosciamo una delle cose in cui crediamo di più: l’arte pubblica come pratica site-specific non è decorazione, è mediazione. È saper leggere lo spazio, la comunità, il tempo in cui ci si muove — e rispondere con immagini che non interrompono, ma amplificano. È qui che l’arte diventa davvero pubblica: quando non racconta sé stessa, ma ciò che la circonda.
Negli ultimi anni la street art ha interagito con nuove tecnologie, dalla realtà aumentata ai NFT. Vedi un futuro in cui la tua arte possa evolvere anche in questa direzione?
Hazkj: Credo molto nel cambiamento e nella sperimentazione di nuove tecniche per affinare l’espressività artistica. Ogni volta che c’è la possibilità, mi informo sulle nuove tecnologie e su come potrebbero aggiungere significato alla mia espressività artistica. Per ora mi piacerebbe poter lavorare sull’animazione e far interagire le mie opere sui muri con filtri digitali che possano trasformarle in elementi tridimensionali di realtà aumentata.
Quale consiglio daresti a un giovane artista che vuole avvicinarsi alla street art oggi? Ha ancora senso fare street art, oggi?
Hazkj: Ha sempre senso creare, e tutti sono in grado di farlo. Ognuno di noi ha un’interiorità e una personalità che lo porta a esprimersi in maniera del tutto personale. Alcuni lo fanno in modo istintivo, lasciando un segno colorato su un muro, visibile a tutti. Quando senti l’esigenza di disegnare, colorare o scrivere, hai un bisogno viscerale di raccontare il tuo mondo. Non lo fai con la pretesa che venga compreso, ma per comprendere prima di tutto te stesso e il tuo rapporto con il mondo esterno. Lo fai per entrare in maggiore sintonia con la città, le sue armonie strutturali e i suoi paradossi di degrado. Lo fai perché senti un dovere estetico, perché solo tu vedi che quel muro sarebbe perfetto per un murale.
Lo fai perché ritieni che il tuo contenuto possa aggiungere significato non solo a quel muro trascurato e superfluo su cui ti cadono sempre gli occhi, ma anche perché, così, quel muro diventerà significativo per tante altre persone, che collegheranno quel luogo alle proprie vite in modo personale. Finché ci saranno muri da dipingere, avrà sempre senso fare street art.
Abbiamo particolarmente apprezzato l’idea di chiudere con questa risposta perché ci sembra un manifesto. Un’arte che nasce da un’urgenza, da uno sguardo che si posa su un muro e non riesce più a vederlo neutro, vuoto. Un’arte che nasce dal bisogno di abitare la città con il proprio segno, di interpretarla e, in qualche modo, restituirla trasformata. La street art, ci ricorda Hazkj, non ha bisogno di permessi per esistere. È profondamente umana, perché nasce da quel cortocircuito tra intimità e spazio pubblico, tra interiorità e superficie.